Intervista all'artista Cristiano De Matteis


Qual è stato il tuo primo approccio all’arte e quando hai capito che era la strada che volevi intraprendere?

Ho sempre disegnato sin da piccolo e dopo la scuola media mi sono iscritto al liceo artistico, mi sentivo a casa e ho imparato tanto. Prima di tutto ho imparato ad osservare, cosa che ritengo primaria per la realizzazione di qualsiasi opera. L’arte è stata sempre l’unica strada che ho percorso sin da bambino, non è stata mai una scelta!



Quali sono state le tappe più significative del tuo percorso artistico?

Ho avuto la fortuna di essere sempre stato supportato dalla mia famiglia e dopo la scuola mi sono iscritto allo IED, frequentando il corso d’illustrazione dove ho affinato la mia conoscenza delle tecniche pittoriche. È stato lì che ho cominciato a sperimentare la mia personale tecnica di commistione tra la fotografia e la pittura. Partendo dalla rielaborazione pittorica di immagini fotografiche che saccheggiavo dalle riviste dell’epoca, fotocopiandole e dipingendole, fino alla realizzazione di mie immagini che pre producevo con l’ausilio del computer, per poi stamparle su carta e dare il via al mio intervento pittorico, creando così delle immagini che creavano questo corto circuito visivo ed emozionale.


Cosa ti ispira?

I miei progetti nascono dall’osservazione del mondo che mi circonda e quando ho davanti qualcosa che mi emoziona cerco di catturarlo con la fotografia. Poi le riverso nel computer e le lascio decantare, le osservo e comincio a fantasticarci sopra, a giocarci fino a quando non mi sento pronto per dare il via ad una nuova opera.


Come capisci quando una tua opera è finita?

C’è un preciso istante in cui sento che non posso più cambiar nulla nell’immagine, che anche una sola pennellata sarebbe di troppo, una sensazione fisica più che mentale. Inoltre raramente metto di nuovo mano ad un lavoro che ritengo finito.

Solitamente quanto tempo richiede una tua creazione?

Il lavoro parte da quando scatto quelle immagini che mi servono per realizzare la composizione che andrò a stampare, un lavoro che può portare via giorni, per passare poi alla fase pittorica che è quella più rapida ed istintiva. Non rifletto più molto ma agisco, la mia pittura è molto dinamica e gestuale, a volte mi accorgo addirittura di restare in apnea. Raramente mi soffermo su piccoli particolari, la visione d’insieme per me è fondamentale.


Il tuo stile è un ibrido tra pittura e fotografia, tu ti consideri più un pittore o un fotografo?

Non mi permetterei mai di definirmi un fotografo, non ho le basi tecniche di un fotografo, per giunta scatto con il mio smartphone che ha sostituito le vecchie compatte, un mezzo che mi permette di essere poco visibile agli occhi delle persone che mi circondano quando scatto.


Come è nata e come si è sviluppata la tua tecnica che si muove tra foto e pittura?

La mia tecnica è nata dalla ricerca svolta nell’ambito degli studi di illustrazione editoriale, ho cominciato a fotocopiare volti di personaggi famosi, li distorcevo manualmente durante la riproduzione dell’immagine, ed a stampa eseguita cominciavo a dipingere sull’immagine con tempere acriliche. Appena ho avuto un computer sottomano ho cominciato ad elaborare le immagini con la possibilità di avere un maggior controllo, è stato il momento che ha liberato completamente la mia fantasia.

Potevo immaginare più ipotesi per ogni progetto, fare un maggior numero di tentativi, tutto questo senza dover per forza stampare su carta.


È una tecnica molto particolare, parlaci dei processi di produzione. Sia al livello tecnico che concettuale.

Oramai il mio iter creativo è consolidato, parto da un’idea e quando trovo il contesto o gli elementi giusti scatto più fotografie ed una volta riversate nel computer comincio ad osservarle, a fonderle e a portarle verso di me. Capita anche di essere colpito da un soggetto o un ambiente quando sono in giro e da lì parte la storia.

“No way out” è nata per caso in vacanza, passeggiando con amici in un paesino dell’Umbria. Entrando in questo edificio e ci si presentò questo corridoio in controluce ed il mio amico Alessandro mi superò, vagando ed osservando, come facciamo tutti! In quel momento ho visualizzato l’immagine di quest’uomo che si muove senza via di uscita, un’immagine che mi riconduceva a certi nostri schemi mentali, di quando siamo alla ricerca di soluzioni che non troviamo. Così scattai più immagini dallo stesso punto di vista e settimane dopo selezionai le tre che ne hanno composto l’immagine definitiva.


Il periodo storico in cui lavori ha influenzato in qualche modo la tua produzione artistica?

Io sono assolutamente figlio del mio tempo, per i mezzi tecnici che uso e per quello che visivamente realizzo. Sono sempre immagini riconducibili ai nostri giorni, partendo dagli ambienti fino ad arrivare ai tic e alle abitudini che caratterizzano la nostra società. L’unica volta che mi sono allontanato da questi concetti è stato quando ho sperimentato il sodalizio tra le opere di Leonardo Da Vinci e ambienti dei nostri giorni, un ciclo realizzato per la ricorrenza dei 500 anni dalla sua morte.


C’è una serie in particolare (già pubblicata in galleria o che verrà esposta in questi giorni) che ritieni più significativa o rappresentativa?

Difficile che io possa preferire un opera ad un’altra, ma Legs in abandoned room, No Way out ed il mio ciclo delle Ballerine, sono quelle in cui l’osservatore può trovare tutti gli elementi che caratterizzano le mie opere, sia dal punto di vista visivo che dei contenuti.


C’è qualche grande artista che ha influenzato il tuo lavoro? (se sì, in che modo)

Ce ne sono a decine e di tutte le arti, non solo la pittura o la fotografia, ma anche la scultura, la musica ed il cinema.

Sono onnivoro, vengo attratto da tutte le forme d’arte indistintamente.

Posso elencare nomi a partire da Francis Bacon per la sua gestione del movimento e dello spazio, le foto pitture di Gerard Richter, le silhouette di Sergio Lombardo e Giosetta Fioroni, ma anche tutto il cinema di David Lynch e la sua produzione fotografica, la scultura di Medardo Rosso, le fotografie di Vivian Maier e Robert Doisneau, il jazz di Thelonious Monk, Massimiliano Urbani e John Coltrane.


Per la realizzazione delle tue opere sei solito modificare unicamente foto scattate da te o ti capita di partire da un lavoro altrui?

Avendo un atelier su strada, mi capita di lavorare su immagini fotografiche dei committenti, ma che devono comunque sottostare al mio giudizio di partenza, se non rispondono ai miei canoni non ci metto mano, saremmo scontenti entrambi del risultato.


Tu e tua moglie avete uno studio di decorazione e design d’interni, in che modo riesci a far conciliare la pratica pittorica con il tuo lavoro in studio?

Oramai sia io che Monica, abbiamo un tratto ben preciso e lavoriamo proponendo le nostre opere al pubblico, ai nostri collezionisti, ma veniamo cercati anche da architetti o designer d’interni che conoscendo il nostro lavoro ci invitano a progettare insieme nuovi pezzi da inserire nei loro progetti.


Quanto il design influenza la tua produzione artistica?

Il design fa parte di tutto quello che può influenzarmi.


Le tue opere esposte in galleria sono tutte in bianco e nero, da cosa nasce la preferenza di sperimentare unicamente su nuances del B/W?

Il bianco e nero mi permette di focalizzare l’attenzione sulla luce e sul movimento, i temi a cui tengo di più, a volte inserisco un unico colore ma solo se funzionale, mai a scopo decorativo.


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