La fotografa rilegge il classico in chiave contemporanea. Intervista a Paola Di Valentini [italiano]


Intervista a Paola Di Valentini, la fotografa che rilegge il classico in chiave contemporanea.

Parlaci un po’ di te, di come sei entrata in contatto con l’arte ?

Io vengo da studi umanistici, mi sono laureata nel 2004 in storia dell’arte alla Sapienza con una tesi sui valori plastici, ma fin da piccola mi sono sempre ritrovata a vivere ambiti in cui l’arte era di casa, sia tra le mura domestiche che fuori. Già a diciassette anni dipingevo, poi ho lavorato con un artista, Alberto Parres, che mi ha aiutata a canalizzare la mia vena creativa e a trovare il miglior modo per esprimermi. Per me l’arte è tutto, la cosa più importante. Ho sempre cercato di dare spazio alla mia personalità creativa/emotiva, alla fine l’arte è una questione di emozioni e di calcolo.


Qual è stato il tuo primo approccio alla fotografia ?

L’approccio con la fotografia è stato, anche questo, molto naturale; mio padre è foto incisore e sono cresciuta affascinata e incuriosita dai lavori che portava a casa. Benché io abbia sempre fotografato il mondo che mi circondava non mi sono mai limitata esclusivamente a quello, né ho voluto vivere l’esperienza fotografica come una cosa strettamente professionale, semplicemente si è rivelato il mezzo più affine alle mie esigenze artistiche.

In particolare io sono affascinata dalla plasticità dei corpi delle statue classiche, dal concetto greco di bellezza.

C’è un motivo preciso per cui hai deciso di utilizzare esclusivamente il B/N per questo progetto ?

Io faccio foto esclusivamente in bianco e nero, trovo che sia il mezzo migliore per la mia fotografia; mi consente di lavorare sui contrasti cromatici e luminosi: i bianchi e i neri, i negativi e i positivi, le luci e le ombre.

Trovo che il B/W renda maggiormente la plasticità e mi aiuti a sottolineare ulteriormente tutti gli aspetti che mi interessano davvero; mentre i colori, avendo ognuno una propria personalità e carica emotiva, tendono a distrarre l’occhio dal focus dell’opera.

Se si vuole arrivare all’essenziale si deve, per quanto mi riguarda, lavorare con il bianco e nero.


Quali sono state le tappe più significative del tuo percorso artistico ?

Ho lavorato per undici anni presso i musei capitolini e questo mi ha consentito di osservare per giornate intere tutte le magnifiche sculture che vi sono ospitate. Io sono sempre stata innamorata della scultura, dei valori plastici e di tutto ciò che ne concerne quindi essere circondata da tanta bellezza, avere l’opportunità di osservare tanti capolavori in diversi orari della giornata e analizzare il rapporto delle varie luci del giorno con i numerosi materiali presenti ha sicuramente intensificato questa mia passione e ha abituato il mio occhio al bello.



Quali sono gli artisti che hanno maggiormente influenzato il tuo lavoro ?

Nell’ambito della scultura io sono una purista, molto legata all’operato classico e meno a quello contemporaneo, ma comunque ci sono degli scultori contemporanei che ammiro molto e che hanno sicuramente avuto un forte impatto sul mio lavoro, ad esempio Mitoraj o Rodin che mantengono comunque un gusto molto classico nelle forme e nelle pose.

In fotografia mi sento molto legata ai primi fotografi della storia che utilizzavano il bianco e nero in maniera pura e avevano un approccio ancora molto viscerale con la fotografia, a cominciare da Cartier-Bresson e Brassai.

Mentre un fotografo contemporaneo che stimo molto è Robert Mapplerthorpe.

Scatti in analogico o in digitale ?

Ho scattato anche in analogico, diciamo che ho sperimentato molto, ma per una questione pratica al momento scatto in digitale.

I processi di sviluppo e stampa richiedono tempi e spazi precisi e impegnativi e non è sempre possibile, oggi come oggi, sottostare a questi termini.

Uso, comunque, sempre la camera in modalità manuale regolando da me le varie impostazioni per poter ottenere l’effetto che desidero e questo mi permette poi di non dover lavorare le foto in post produzione, mantenendo così l’aspetto effimero e unico della fotografia.



Hai seguito un corso o quello che sai lo hai imparato da autodidatta ?

No, non ho mai seguito nessun corso. Come ti dicevo la fotografia è sempre stata un’arte familiare e sin da piccola ho sempre sperimentato imparando a gestire la fotocamera affinché rendesse ciò che volevo esprimere.

Come è nato il progetto fotografico che hai realizzato per 'Pride by your side' ?

Quando ho saputo del progetto ho voluto realizzare un lavoro che si basasse sulla fisicità maschile. Le statue rappresentate nelle mie foto sono le raffigurazioni di lottatori moderni che riprendono gli stilemi classici, stiamo parlando di un’estetica fascista ed è paradossale notare che laddove c’è un’estetica superomista, quasi nietzschiana, c’è una sorta di omosessualità latente, le foto hanno una forte carica erotica benché rappresentino scene di lotta. Diciamo che tra l’atto sessuale e lo scontro fisico c’è un confine labile.

Queste opere fanno parte di un progetto che ho chiamato Classic Plastic Philosophy (la filosofia del classico plastico) che si basa sulla mia volontà di reinterpretare il classico in chiave contemporanea, di riportarne alla luce i valori e i canoni di bellezza.


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